Il collasso di Pdvsa, specchio petrolifero del Venezuela

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Hugo Chávez with Pdvsa workers

Architrave della rivoluzione bolivariana di Hugo Chávez assieme alla compenetrazione fra forze armate e burocrazia statale, l’industria petrolifera nazionale del Venezuela è stata al contempo una manna e una maledizione per Caracas. La parabola della compagnia nazionale degli idrocarburi Petróleos de Venezuela (Pdvsa) – da Stato nello Stato a strumento di “potenza patria”, oggi prossima al collasso – sotto le presidenze di Chávez e poi del suo delfino Nicolás Maduro, ben sintetizza l’involuzione politico-economica di cui si è reso protagonista il paese sudamericano.

Dalla sua ascesa al potere con le elezioni del 1998, il comandante Chávez ha fatto della “sovranità petrolifera” un asse portante del Venezuela bolivariano, paese che dispone delle maggiori riserve di greggio certificate al mondo e delle seconde di gas nell’emisfero Occidentale. Sia in chiave interna, come mezzo di finanziamento della spesa pubblica destinata a quelle riforme sociali che hanno elevato la condizione di milioni di venezuelani e come generatore di dividendi della “boli-borghesia”, e dunque come forma di legittimazione. Sia in chiave esterna, come perno di una strategia volta a instaurare nell’arco caraibico-sudamericano un centro d’influenza alternativo a quello “imperialista” e “neoliberista” di Washington (che pure è il primo partner commerciale di Caracas), con la creazione e il sostegno a organizzazioni come Petrocaribe (organismo di gestione delle elargizioni petrolifere da Caracas agli Stati parte a prezzi politici) o Alba (Alleanza bolivariana per i popoli di nostra America, pensata come una camera di concertazione per una “geopolitica della resistenza”) e il consolidamento dei rapporti bilaterali con paesi ideologicamente affini, Cuba in primis.

Così il presidente del Venezuela, sfruttando anni di bonanza petrolifera sui mercati internazionali, ha gradualmente politicizzato e reso il colosso degli idrocarburi cassa dello Stato, e colonna delle direttrici di politica interna e internazionale.

Con la costituzione “bolivariana” (il riferimento è a Simón Bolívar, eroe venezuelano della liberazione di gran parte della Latinoamerica dal dominio coloniale spagnolo), nel 1999 venivano assicurati al potere pubblico (art. 12) proprietà, controllo e gestione delle risorse energetiche e dell’industria petrolifera, e veniva vietata la privatizzazione di Pdvsa. La promulgazione nel 2001 della normativa sugli idrocarburi alterava il relativo regime delle royalty, quelli fiscale e delle partecipazioni miste. Poi il giro di vite successivo agli scioperi del 2002/2003 (coinvolse circa un paio decine di migliaia di dipendenti) e infine quello di espropriazioni e nazionalizzazioni (delle quali sono stati oggetto diversi comparti dell’economia, tra cui diversi asset nel settore petrolifero detenuti da privati, multinazionali comprese) da metà anni Duemila.

Un processo conflittuale che ha scardinato l’autonomia politica e gestionale di cui Pdvsa, creata nel 1976 contestualmente alla nazionalizzazione dell’industria di settore, aveva goduto negli anni della “apertura petrolifera” (dalla fine degli anni Ottanta); riflesso ed emblema della lotta alle “oligarchie borghesi” come cavallo di battaglia chavista. Ecco spiegati gli scioperi che hanno paralizzato l’azienda  tra 2002 e 2003 – bloccando produzione e Pil – e financo il tentato colpo di Stato che aveva portato alla temporanea estromissione di Chávez pochi mesi prima.

Quando nel 2013 scompare il comandante e avviene il passaggio di consegne a Maduro, prima del crollo del prezzo internazionale del greggio (una contrazione superiore al 50% tra 2013 e 2015), l’export di idrocarburi vale il 95% delle esportazioni totali, il 90% delle riserve di valuta e circa il 30% del PIL. L’uso (geo)politico di Pdvsa da parte del petro-Stato – in assenza di una pianificazione tesa a modernizzare e diversificare l’economia facendo leva sulla rendita petrolifera – ha dunque determinato, in ultima analisi, una dipendenza di Caracas dai prezzi internazionali degli idrocarburi e dall’importazione di beni di consumo primari, una corruzione diffusa, un’inefficienza produttiva e un depauperamento delle strutture industriali.

Oggi l’indebitamento estero oscilla tra i 120 e i 140 miliardi di dollari (dei quali almeno 25 miliardi di Pdvsa), un’esposizione cui Maduro riesce a far fronte con crescente difficoltà. A fine 2017 le principali agenzie di rating hanno dichiarato il Venezuela in “default selettivo”, mentre il presidente ha annunciato la ristrutturazione del debito obbligazionario con modesti risultati – mediante i proventi (calanti) dell’export e la interessata disponibilità di attori come Cina (primo finanziatore del paese nell’ultimo decennio) e Russia. Le quali, malgrado un interesse strategico oltre che economico, hanno iniziato a dare segni di insofferenza per la gestione di Caracas (soprattutto Pechino).

La spirale negativa di Pdvsa è difatti paradigmatica del dissesto economico-finanziario dello Stato venezuelano, dove la scarsità di beni primari e i razionamenti idrici ed energetici hanno innescato una crisi sociale e migratoria. Tuttavia, la crisi della società ha avuto anche riflessi internazionali, così come il suo boom aveva permesso la proiezione dell’influenza venezuelana a livello regionale.

La congiuntura recessiva segnata dall’iperinflazione in cui si trova invischiato il paese, secondo le autorità risultato della “guerra economica” orchestrata dall’imperialismo, si accompagna il declino della capacità produttiva di petrolio, oramai a livelli simili a quelli degli anni Ottanta, la metà di quando Chávez assunse la guida del paese. Non a caso il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, mentre cresce l’isolamento diplomatico di Caracas ad opera dell’Occidente e dei governi latinoamericani filo-USA, sta sanzionando i bond del Venezuela (Pdvsa inclusa) con l’obiettivo di impedirne il rifinanziamento e di limitare i dividendi della sua sussidiaria statunitense (Citgo). L’obiettivo è quello di indebolire in maniera decisiva il potere di Maduro, legato a doppio filo alle vicende e al controllo della società petrolifera.

Con l’aggravamento della posizione finanziaria di Caracas e Pdvsa e della crisi socio-economica, l’attendismo del presidente è culminato nel maggio 2018 in elezioni dal risultato scontato (e dalla contestata regolarità), cui è corrisposto il progressivo ampliamento del ruolo delle forze armate nell’amministrazione del paese. Un disegno sublimato nel comparto petrolifero dal maquillage con cui il presidente venezuelano a fine 2017 ha prima rimosso e poi fatto arrestare politici e dirigenti, tra i quali il ministro del Petrolio e il presidente di Pdvsa, sostituendo entrambe le cariche con il fidato general maggiore della Guardia nazionale bolivariana Manuel Quevedo.

Un’operazione definita anti-corruzione, per rimettere sui giusti binari Pdvsa, che tra gli altri non ha risparmiato l’ex (2005-2014) presidente Rafael Ramírez Carreño. Il quale, obbligato a dimettersi dalla guida della missione diplomatica del Venezuela all’ONU, si dichiara costretto all’esilio per una persecuzione politica – nel 2006, alla vigilia delle elezioni presidenziali che avrebbero confermato il Comandante, riteneva che Pdvsa dovesse essere “rossa” e i suoi dipendenti “sostenere la rivoluzione o andarsene a Miami”.

L’evoluzione della situazione pare corroborare la predizione dell’ex ministro venezuelano, tra i padri dell’OPEC, Juan Pablo Pérez Alfonzo, secondo cui “il petrolio, escremento del diavolo, sarà la nostra rovina”.




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