I metodi e i pasticci di Facebook: grande potere, grande responsabilità?

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Il recente scandalo di Cambridge Analytica ha segnato il punto di crisi più profonda conosciuto da Marc Zuckerberg nei quattordici anni di vita del colosso dei social network. La vicenda riguarda la società britannica di intermediazione e analisi dati che ha prelevato e messo a disposizione dei propri clienti dal 2014, milioni di informazioni personali raccolte da Facebook. Nel giro di pochi giorni, dopo la pubblicazione della notizia da parte del Guardian e del New York Times, le azioni di Facebook hanno perso fino al 14% del loro valore.

Nessuna illegalità formale, per ora, che riguardi Facebook in quanto tale, ma piuttosto una questione di negligenza. Gli 87 milioni di utenti cui venne prelevata la vita digitale in realtà diedero il proprio consenso entrando in una “app”, chiamata proprio thisisyourdigitallife (“Questa è tua vita digitale”), con la quale il ricercatore dell'Università di Cambrige, Aleksander Kogan, produceva profili psicologici e previsioni di comportamento in base all'attività svolta online. E' un po' come quando siamo su Facebook e, per esempio, giochiamo a farci dire quale sarebbe il nostro nome ideale in base a dieci domande che ci vengono poste, o quando, consentendo all'algoritmo di curiosare tra le nostre foto, ci facciamo dire a quale star di Hollywood assomigliamo.

Ogni volta siamo noi che, più o meno consapevolmente, consegniamo, alla società di aggregazione dati che ci propone il gioco, tutto di noi. E, almeno all'epoca del “fattaccio” di Cambridge Analytica, anche i dati dei nostri amici. Il problema, in termini legali, è che nel 2014  la app di Kogan non aveva il permesso di cedere a terzi i dati acquisiti. Non avrebbe potuto darli a Cambridge Analytica, creatura fondata l'anno precedente dal miliardario americano Robert Mercer, molto vicino alla destra statunitense.

Analizzando i tuoi post, i tuoi like, quelli dei tuoi amici, il luogo nel quale vivi, dove ti sposti, che tipo di cellulare usi, l'algoritmo è in grado prima di capire che tipo sei e qual è il tuo orientamento politico, per poi indirizzare solo a te, e alle persone a te affini, messaggi su misura – per esempio fake news che altri, magari in grado di smontarle, non possono vedere. Questo è quindi un piccolo esempio per darci il senso di che cosa possa significare entrare in 87 milioni di profili FB, per di più americani. Sono stati appena poche decine gli italiani che giocarono con thisisyourdigitallife: solo, si fa per dire, 57.

Un numero di utenti che, moltiplicato però per tutti i contatti di ognuno, si allarga a 214.123 identità violate. Niente di sostanzialmente nuovo, visto che ciascuno di noi ogni giorno è tracciato tramite le decine di fidelity card che tiene nel portafogli: quelle però appartengono alla “vita reale”, le otteniamo in cambio di una firma che, con una penna, apponiamo su un modulo di carta. Con la rete, coi social, invece, ci lasciamo trasportare in un mondo col quale abbiamo ancora poca dimestichezza. 

Poca dimestichezza dimostrata, peraltro, anche dal Congresso statunitense al “processo” di inizio aprile che, sotto forma di audizioni prima in Senato e poi alla Camera dei Rappresentanti, ha visto alla sbarra il CEO di Facebook. “Se invio una mail su Whatsapp gli inserzionisti di Facebook possono vederla?”, “Come è possibile sostenere un modello di business se nessuno paga?”: le domande che Zuckerberg ha ricevuto dai senatori la cui età media è stata calcolata in 62 anni, dimostrano che gli alieni nell'universo digitale sono loro. Loro che fino a oggi non hanno prodotto un solo disegno di legge per delineare dei confini a ciò che è lecito, frontiere oltrepassate le quali tutto potrebbe realmente uscire dal controllo democratico.

Abbandonata la classica maglietta, con indosso un abito completo, camicia bianca, cravatta azzurra, e uno studiato mix di sicurezza e understatement, Marc Zuckerberg ha avuto buon gioco nel dominare la situazione. Ammissione di responsabilità e impegno a turare le falle sono state le carte vincenti. “Anch'io del resto – ha detto – sono stato depredato dei miei dati e nemmeno io ho piacere a rendere pubblico l'albergo dove ho pernottato ieri”. Salvo rivendicare, tuttavia, le duecento persone impegnate ogni giorno a controllare i contenuti sul fronte dell'antiterrorismo in 30 lingue, l'utilizzo di diversi strumenti di Intelligenza Artificiale per segnalare messaggi a rischio, l'assunzione di altri cinquemila dipendenti da aggiungere ai quindicimila già in forze. Salvo precisare, inoltre, che l'americano medio usa quotidianamente altre otto App non riconducibili a Facebook. “Allo stesso modo in cui – ha aggiunto – se non voglio la Ford posso scegliere una Chevy”. 

Per Zuckerberg, autolimitarsi, accettare regole più stringenti, anzi contribuire a studiarle, in coincidenza con la imminente entrata in vigore della “General Data Protection Regulation” europea, è oggi una necessità. Dal 25 maggio tutte le società di analisi dati che tracciano cittadini residenti nell'UE, anche se non hanno sede in Europa, avranno limitazioni più stringenti. Si potranno raccogliere solo i dati necessari in quel momento, con divieto di conservarli per usi futuri non specificati; ogni società dovrà nominare un responsabile, interno o esterno, che verifichi la compatibilità delle prassi aziendali e interagisca col garante segnalando ogni eventuale anomalia entro 72 ore; sono previste multe fino al 4% del fatturato annuo della compagnia; i cittadini potranno accedere ai loro dati in possesso dell'azienda e chiederne, anche senza motivarla, la cancellazione.

Un colpo duro, quello ricevuto da Facebook per la mancata vigilanza sulla cessione a Cambridge Analytica, da parte di terzi, dei dati in suo possesso. Un colpo che tuttavia non farà crollare la fiducia degli oltre due miliardi di utenti sparsi nei cinque continenti i quali, per la maggior parte, continueranno a essere ben contenti di apporre tutti i segni di spunta che verranno richiesti in cambio della gratuità del servizio.




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