Gli equilibri della politica spagnola e la parabola di Pedro Sánchez

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Non tre giorni ma sette mesi e mezzo è durata la “resurrezione” del segretario dei Socialisti spagnoli Pedro Sánchez. Da quel fatidico Consiglio Federale finito quasi in scontro fisico il 1 di ottobre dell’anno scorso, in cui fu bruscamente destituito, fino al 21 maggio del 2017, quando con poco piú del 51% dei voti dei militanti e più di dieci punti di vantaggio sulla sfidante – la potente segretaria del PSOE dell’Andalusia – Pedro Sánchez è politicamente rinato, riconquistando la guida del partito socialista spagnolo.

Per comprendere l’importanza di questo avvenimento nella politica iberica, bisogna fare un passo indietro. Quando Sánchez salì per la prima volta alla segreteria del partito socialista era il 2014, in un contesto era certamente diverso e avverso. Il naufragio elettorale socialista del 2011, quando il partito fu castigato per la sua gestione della crisi economica, e la flessione nelle elezioni europee del 2014 avevano portato il precedente segretario Alfredo Pérez Rubalcaba alle dimissioni: nelle primarie si erano scontrati lo stesso Sánchez, Eduardo Madina – un altro giovane, basco, eterna promessa di rinnovamento – ed il socialista di sinistra Juan Antonio Pérez Tapia. Sánchez – che vinse con il 49% dei voti – era stato di fatto una scelta di “ripiego”: su di lui avevano puntato tutti i grandi big del partito, e soprattutto la potente federazione andalusa.

Lo schema dei poteri forti del partito era chiaro: Sánchez segretario mentre Susana Díaz – che di lí a poco sarebbe divenuta presidentessa della grande regione del sud  – si doveva preparare a divenire in futuro la nuova, vera candidata e leader del partito, da opporre a al capo Popolare Mariano Rajoy. Patti chiari e amicizia lunga. Però Sánchez non riconobbe mai di fatto quell’accordo tacito: non tanto per una differenza di vedute politiche con la moderata andalusa, allora coincidenti, ma per una questione di principio. Lo avevano eletto segretario e voleva fare il segretario, non il prestanome.

Nei primi tempi la coabitazione non fu particolarmente conflittuale, ma a partire dal consolidamento di Podemos alle amministrative (quando candidate vicine al partito di Pablo Iglesias conquistarono i municipi di Madrid e Barcellona) e soprattutto alle legislative del 2015 tutto saltò in aria. I risultati del 20 dicembre infatti – con un PP vincente ma mutilato, il debutto dei liberali di Ciudadanos alle Cortes e soprattutto il clamoroso pareggio di fatto tra PSOE e Podemos – hanno rivoluzionato il sistema político spagnolo, stabile fin dagli anni della Transizione dalla dittatura di Francisco Franco alla democrazia. Il peso dei due nuovi partiti ha reso impossible l’alternanza “secca” fra PP e PSOE, tipica dei quarant’anni precedenti.

I partiti tradizionali si sono trovati nell’inedita situazione di poter prescindere dai nuovi soltanto al prezzo di sommarsi fra di loro con una “larga intesa”. E questo divenne il problema dei socialisti: scegliere la grande coalizione o tentare di scalzare Rajoy (nonostante l’indebolimento era ancora lui, infatti, il leader del partito più votato) costruendo una maggioranza alternativa in parlamento?

Su questo tema decisivo le posizioni di Sánchez rispetto ai poteri tradizionali del partito, rappresentati proprio da Susana Díaz ma condivisi da tutta la ex classe dirigente a cominciare dall’ex premier Felipe González, furono da subito diverse. Il segretario provò comunque a costruire una alternativa a Rajoy, sì, ma con una mano legata: il partito gli vietò di arrivare ad accordi con Podemos e con i nazionalisti catalani. Sánchez riuscì a stringere un patto con Ciudadanos, per il quale sarebbe stata necessaria l’astensione tattica di Podemos, che però non arrivò mai.

Visto che non solo il PSOE ma nemmeno il PP di Rajoy riuscì a costituire una maggioranza sufficiente, a giugno si tornò al voto. Il sia pur piccolo rafforzamento del PP sancito dalle urne debilitò le opzioni di Sánchez di provare a ripetere l’operazione. Restava in campo l’opzione dell’astensione socialista per consentire a Rajoy di governare: ma Sánchez vi si negò a tutti i costi. Il suo slogan di quei mesi fu “no es no”, e per questo venne scalzato praticamente manu militari quell’1 d’ottobre. 

L’ormai ex segretario si dimise anche da deputato e annunciò che avrebbe cominciato la battaglia per le future primarie, girando paesi e città. Lo shock dell’elettorato e soprattutto dei militanti socialisti per come vennero gestiti quei mesi e soprattutto per l’astensione (non era mai capitato in Spagna che i socialisti avessero sostenuto un governo dei popolari, o viceversa) fu tremendo. Ma la vecchia guardia (González in primis, ma anche José Luis Zapatero o Alfonso Guerra) non volle sentire ragioni: si schierarono tutti con Susana Díaz e sottomisero Sánchez ad un vero e proprio linciaggio mediatico (El País, il quotidiano progressista vicino ai socialisti, primo fra tutti), con l’assoluta certezza che tutti l’avrebbero dimenticato o scaricato.

Non è stato così – e chissà che l’accanimento mediatico non abbia giocato un ruolo paradossalmente contrario.Si è detto spesso che il PSOE – almeno nei quarant’anni che ci separano dal recupero delle istituzioni democratiche in Spagna – sia stato lo specchio di quanto stava avvenendo in una parte significativa della società spagnola. In parte l’affermazione continua ad essere vera.

Alla base della crisi del PSOE del biennio 2015-2016 c'è l'incapacità di leggere e dar risposta alla una situazione sociale drammatica, frutto della crisi economica, della miopia dell’ultimo governo Zapatero, delle severe politiche d’austerità e della chiusura di qualsiasi ipotesi di cambiamento istituzionale – soprattutto territoriale, di fronte alle richieste provenienti non solo dalla Catalogna – dei governi di Rajoy, a cui si aggiunge anche una crisi profonda di credibilità derivata dagli innumerevoli casi di corruzione in cui sono implicati i conservatori spagnoli, a cui i socialisti non sono apparsi alternativa credibile. Il “vecchio PSOE” (Sánchez ha battezzato “nuovo” il partito che ha conquistato) non ha voluto né saputo vedere i cambiamenti in atto nel paese. Non ha visto la rivolta degli indignados – a differenza di quanto fecero, per esempio, i socialisti portoghesi che appoggiarono le proteste nel loro paese – che si è tradotta políticamente in Podemos; non ha visto il malessere catalano, né la fine dell’era del bipartidismo e dunque la necessità di stringere alleanze, mediare, costruire con altri soggetti. Per questo l’errore del divieto al dialogo con Podemos e con i nazionalisti catalani e poi la scelta di permettere a Rajoy di formare governo sono stati dinamite pura: la classe dirigente del PSOE appariva del tutto disinteressata a quelli e per il suo elettorato e per i suoi militanti sono i grandi problemi del paese.

Non è certamente detto che Sánchez riesca a risollevare del tutto le sorti socialiste. Di fatto non è mai stato un dirigente carismatico né brillante né particolarmente trasformatore. Il nuovo gruppo che lo accompagna riunisce personaggi di spicco (come Cristina Narbona o Margarida Robles, o anche se dietro le quinte, il catalano Josep Borrell, unico dei big socialisti della vecchia generazione a capire cosa stesse accadendo), ma ancora non ha dato grandi prove di dinamismo. In occasione della mozione di sfiducia presentata recentemente da Podemos nei confronti di Mariano Rajoy (170 voti contrari, 82 a favore, 97 astenuti) il PSOE si è astenuto; tuttaviaha offerto dialogo e collaborazione nel futuro, si è dimostrato belligerante – almeno sulla carta – sulla corruzione del PP, e sta avanzando timidamente sull’idea di una possibile riforma costituzionale federale per risolvere il problema catalano. Non è detto che riesca, eppur si muove. E stavolta sembra che non arriverà dall’alto l’ordine di cambiare direzione, visto che Sánchez si è assicurato al congresso svoltosi dopo le primarie un gruppo dirigente fedele.

In ogni caso, tutta la vicenda ha ricollocato i socialisti spagnoli su quattro coordinate molto chiare.

La prima ha a che vedere con il diniego  a qualsiasi idea di grande coalizione con i popolari: il messaggio – forte e chiaro – è che la socialdemocrazia potrà tornare ad essere competitiva nella misura in cui saprà essere alternativa alle forze che hanno applicato politiche d’austerità.

La seconda detta le alleanze: lo scenario indicato dai militanti è quello di un PSOE che dev’essere in grado di dialogare con le forze alla sua sinistra. In altre parole, politicamente il modello è il Portogallo, non la Germania.

La terza riguarda il riconoscimento della pluralità nazionale interna della Spagna. Sánchez alle primarie ha vinto a mani basse in Catalogna – dove le spinte indipendentiste del governo regionale stanno toccando lo zenit e dove i socialisti, un tempo forti, sembravano confinati all’irrilevanza. Dalla capacità del “nuovo PSOE” di coniugare una alternativa all’immobilismo conservatore e all’ostinazione independentista deriverà una parte importante della ripresa del partito.

L’ultima infine, e forse la piú importante, ha a che vedere con il rapporto fra il partito e la società, con la rivendicazione della politica come impegno e passione. Sánchez era morto. Sono stati i militanti socialisti a risuscitarlo.



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