Dagli albori del Web alla Blockchain: molte luci e alcune ombre

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Nel 1972, Vinton Cerf (Vice Presidente di Google) e Robert Kahn inventarono una nuova tecnologia che permetteva – e permette – la trasmissione dei dati con una riduzione minima degli errori. Il protocollo TCP/ IP.

Questa tecnologia venne usata per la prima volta tra i ricercatori di ARPAnet (Il Dipartimento della Difesa statunitense) per lo scambio di e-mail. La tecnologia precedente era basata sul “circuit switching”, e le connessioni tra due parti o macchine dovevano essere prestabilite e sostenute durante uno scambio di informazioni. Per garantire tale funzionamento le società di telecomunicazioni avevano investito diversi miliardi di dollari nella costruzione di linee dedicate.

Cerf e Kahn hanno radicalmente trasformato questo paradigma con il nuovo protocollo TCP/IP, che permetteva di trasferire le informazioni digitalizzandole e suddividendole in pacchetti piccolissimi, ciascuno dei quali contenente informazioni sull’indirizzo. Questi pacchetti, una volta rilasciati nella rete, potevano prendere qualsiasi percorso per il destinatario. Non c’era più la necessità di gestire linee private dedicate o di infrastrutture molto grandi. Il protocollo TCP/IP ha creato Internet, una rete pubblica aperta e condivisa senza alcuna autorità centrale, e che non ha bisogno di manutenzione da parte di nessuno.

Le multinazionali delle telecomunicazioni banalizzavano il protocollo e lo osservavano con scetticismo. Ma l’architettura era scalabile e su questa rete passava e passa di tutto, messaggi scritti e voce, video e ogni tipo di immagini, denaro e ora anche criptovalute.

Da TCP/ IP a Blockchain 

Bitcoin è una criptovaluta e un sistema di pagamento mondiale. È la prima moneta digitale decentralizzata, poiché il sistema funziona senza una banca centrale o un singolo amministratore. Il 7 Gennaio 2018 la capitalizzazione di mercato delle criptovalute è arrivata alla cifra di 800 miliardi di dollari. Nessuno dell’industria finanziaria tradizionale nel 2009 si sarebbe aspettato che il Bitcoin sarebbe arrivato a 20.000 dollari, e avrebbe costruito un sistema finanziario parallelo. Ma i puristi ci credevano eccome, sapevano di non avere tanto una moneta, quanto un pezzo di tecnologia da migliorare continuamente.

La blockchain, il cuore pulsante della tecnologia Bitcoin, è un registro pubblico, decentralizzato, immutabile e immodificabile. A differenza di altre blockchain, si stima che neanche un governo grande come quello degli Stati Uniti abbia la capacità e le risorse per attaccarlo. In poche parole, sembra che nessuno possa avere il 51% del potere su tale tecnologia. Ognuno può minare bitcoin, può usufruire della tecnologia, può studiarla e diventare controllore e controllato. È parte della rete Bitcoin. Si passa dunque da un sistema verticale – quello delle banche centrali – ad un sistema orizzontale. 

Alcuni tra i puristi del bitcoin affermano che non esiste il denaro elettronico, ma esiste un solo registro sul quale c’è scritto a chi appartiene e chi lo tiene in custodia. “La gestione di quel registro è il punto chiave. Per mezzo della trascrizione di proprietà sul registro si conferiscono i titoli ai soggetti, e tutto ciò consente ai mercati complessi di funzionare. Queste primitive necessità, la moneta e la trascrizione, hanno percorso tutta la nostra storia economica, congiungendosi per mezzo delle banche”[1] .

Ora sono le stesse banche, che inizialmente hanno sottovaluto il fenomeno, a volerne usufruire. In verità tutte le industrie, di ogni tipo, stanno cercando delle soluzioni legate alla blockchain, non necessariamente quella del bitcoin – anche se al momento rimane la più sicura e decentralizzata – per ridurre i costi e velocizzare qualsivoglia transazione. Alcune aziende farmaceutiche, ad esempio, scrivono su blockchain in maniera criptata la composizione molecolare dei dispositivi medici, le prescrizioni dei farmaci per mettere fine alla contraffazione sul mercato e gli studi sui nuovi prodotti farmaceutici, in modo tale da garantirsi un backup teoricamente indistruttibile.

L’industria del risparmio gestito, invece, si potrebbe rendere completamente trasparente – e affidabile – delegando alla blockchain la registrazione di tutte le operazioni. Il cliente non avrebbe modo di dubitare della gestione delle proprie attività finanziare, perché impossibili da modificare. Con la blockchain, non solo il gestore non può prendere commissioni non dichiarate, ma tali commissioni sarebbero rilevate qualora provasse a farlo.

Immaginiamo la filiera produttiva dell’agroalimentare gestita con uno strumento come la blockchain. Finanziaramente i piccoli – attraverso uno smart contract – avrebbero la possibilità di tracciare tutti i trasferimenti sia di denaro che di merci. Le piccole imprese, visto il primo pagamento a quella più grande, avrebbero sotto controllo l’intera filiera, e non avrebbero problemi a riscuotere i crediti. Un sistema di questo tipo sarebbe possibile usando, ad esempio, i contratti intelligenti con Ethereum. Si tratta di una sorta di “contratti elettronici” (potremmo definirli “contratti algoritmici”), scritti in linguaggi informatici e registrati sulla blockchain di Ethereum in cui sono regolati gli adempimenti di ognuna delle parti. Non si ha più, quindi, la necessità di un’autorità esterna o di un notaio ma, in questo caso, di un contratto che si auto-estingue al raggiungimento di una o più determinate condizioni previste ex ante nel contratto e che si realizzano autonomamente. Il codice informatico diventa così legge. Rispetto alla blockchain del bitcoin, originariamente ideata per il trasferimento di valori monetari, quella di Ethereum è stata concepita sin dal primo giorno come una piattaforma in grado di supportare applicazioni decentralizzate come, ad esempio, i contratti digitali in maniera autonoma e senza la necessità di un garante.

La blockchain non solo rende l’efficienza operativa della maggior parte delle industrie un obiettivo più semplice da raggiungere, ma aggiunge un elemento imprescindibile per ogni natura di business. Impone fiducia.

La blockchain è tutto oro colato?

Si parla di “oro 2.0” quando si fa riferimento al bitcoin, dato che, come per l’oro, esistono dei minatori. Tuttavia, i minatori di bitcoin non sono esseri umani, bensì computer in grado di risolvere puzzle algoritmici molto complessi. Se vengono risolte le combinazioni, allora i dispositivi vengono remunerati con bitcoin. Come per l’oro, i bitcoin sono limitati, e teoricamente dovrebbero mantenere un valore in periodi di crisi.

Ma non è andata sempre così? Fino a sei mesi fa il mercato bitcoin era quasi sempre decorrelato rispetto al mercato azionario tradizionale, adesso non più. La psicologia dei trader, dal momento in cui è stato emesso il futures bitcoin, è leggermente cambiata e non mostra più – almeno in questo momento – quell’ondata intensa di euforia.

Il mercato bitcoin è estremamente volatile, e capita di vederlo nello stesso giorno guadagnare 20 punti percentuali, per poi perderli nei confronti delle valute tradizionali.

Come ogni innovazione, ci sono rischi ed opportunità. Nel mondo bitcoin e delle criptovalute in generale, si cerca di prendere profitto da operazioni di trading molto veloci. Ma la maggior parte dei trader, si stima il 96%, è in perdita, e non sempre a causa di cattive previsioni.

Capita spesso di vedere fallire alcuni exchange bitcoin, così come non capita di rado che queste piattaforme smettano di funzionare, mentre il prezzo crolla o sale velocemente. Non essendo gli exchange bitcoin ancora regolamentati, da diversi paper sembra prendano posizioni opposte rispetto a quella dei clienti, in modo tale da far scattare vendite pre impostate ( stop loss ) per poi far risalire il prezzo. Quando un cliente acquista o vende bitcoin presso un exchange, deve rilasciare i suoi dati e smette di essere anonimo. Anche se spesso vengono effettuate operazioni di lavaggio dei bitcoin dopo l’acquisto, usando diversi servizi nel deep web.

Sono state recentemente pubblicate delle analisi su una possibile correlazione tra l’emissione di criptovaluta Tether e prezzo Bitcoin e delle criptovalute in generale. Sembra che Tether sia stata in grando di manipolare  il prezzo del bitcoin e delle altre cripto sulla piattaforma Bitfinex. Tether sarebbe stata agganciata teoricamente al dollaro, ma senza che nessun auditor esterno abbia potuto dare riscontro del controvalore[2]. Bitfinex è stata da poco citata in giudizio dalla SEC per questo motivo.

Fino a qualche mese fa, esistevano diversi servizi che permettevano ai possessori di una carta di debito di convertire e di prelevare i guadagni in bitcoin sotto forma di valuta tradizionale. Tuttavia, soprattutto sotto la spinta delle autorità e di Visa e Mastercard, questi servizi sono stati bloccati.

È curioso quanto successo alla società Xapo, avente la sua sede legale in Svizzera, che aveva come core business una soluzione di questo tipo (carta di debito Visa con dietro Bitcoin). Nell’inverno del 2017, sembrava avere una valutazione pari a circa 1 miliardo di dollari. Attualmente non può operare, in quanto Visa ha bloccato la carta e nessun cliente può usufruire del servizio. Quanto vale in questo momento?

La blockchain del Bitcoin, e forse quella di Ethereum sono “antifragili” ma l’ecosistema riflette le fragilità di ogni essere umano: avidità e desiderio di controllo. Il mercato delle criptovalute invece vive periodi brevi di intensa euforia e di paura e depressione.

I volumi sugli exchange bitcoin hanno mostrato un andamento esponenziale, e l’uso della leva finanziaria, in concomitanza con una volatilità estrema, rendono la previsione particolarmentedifficile . Gli exchange e qualche società di trading guidata da Intelligenza Artificiale sono gli unici attori che sistematicamente guadagnano in questo mondo. Per gli exchange, non esiste rischio sistemico, se non quello provocato da una regolamentazione ad oggi necessaria e auspicabilmente nel più breve tempo possibile.

Le sfide per il futuro

Il 19 febbraio 2018, 850 milioni di dollari sono stati raccolti da Telegram attraverso una ICO (Initial Coin Offering).

Gli utenti, attraverso pubblicità on line, vengono a conoscenza di un progetto. Leggono il Whitepaper (Obiettivi della ICO), acquistano Ethereum contro euro o dollari, e li passano all’indirizzo di chi ha promosso il progetto in cambio di Token (che possono essere scambiate su vari mercati). Questi Token alcune volte riflettono il capitale della non sempre costituenda società, altre volte danno il diritto a determinate features. Per l’investitore in questione non ci sono garanzie. L’idea potrebbe non partire e l’investimento andare perso. La società potrebbe essere costituita, ma potrebbe non rilasciare mai nessun prodotto o servizio. Non ci sono fondi di garanzia e, nella maggior parte dei paesi, non esiste una regolamentazione.

Negli USA la SEC ha messo su un team di analisti in grado di monitorare il mercato delle ICO.

Solo nel 2017, il mercato delle ICO ha raccolto oltre 5 miliardi di dollari, quasi sempre da parte di piccolissimi investitori, attraverso marketing diretto e indiretto, ingannevole o chiaro.

Ad oggi, oltre il 50% delle ICO sono fallite, facendo perdere il totale investimento da parte di chi ci ha investito.

Mentre gli USA hanno cominciato a regolamentare le ICO, la Cina le ha proibite, e non possono essere promosse su Facebook. In Italia, invece, se ne parla tra gli addetti ai lavori, ma si aspetta un’azione da parte della Consob, in quanto le ICO bypassano ogni forma di tutela per il pubblico dei piccoli risparmiatori. In un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore del 3 Marzo 2018 riguardo il caso della ICO di Alfio Bardolla, si legge quanto segue: “Poiché le comunicazione sull’ICO puntano a un pubblico italiano, la palla sul trasferimento transazionale di fondi passa non solo alla Consob, ma anche all’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia e alla Guardia di Finanza.” Le banche sono continuamente sottoposte a vigilanza e regolamentazione mentre le Ico, almeno in Italia, sembrano nutrirsi di questo gap regolamentativo.

La blockchain, diversamente dalle ICO, è stata abbracciata dal sistema finanziario tradizionale. Gli exchange delle cripto sono ancora poco trasparenti, ma devono avere sempre una banca di riferimento per il trasferimento e prelievo di fondi in valuta tradizionale. Solo nel caso in cui tutti i pagamenti si facessero in criptovalute, si creerebbe un nuovo sistema finanziaro. Ma ad oggi è un’ utopia. Non sarà, dunque, la blockchain a far fallire le banche, come dicono i puristi. E la blockchain non sostituisce e non può sostituire l’attuale sistema dei pagamenti. Ma questa tecnologia fa da ponte tra il vecchio e il nuovo. Quello che inevitabilmente sarà molto probabilmente “disruptive” nella finanza – e non solo – risiede nell’Intelligenza Artificiale. La blockchain non apprende e non impara dai propri errori. Non ha capacità di analisi. Intelligenza Artificiale e Blockchain sono rispettivamente le radici e le ali. Di tanti business del futuro e di diversi del presente. E sono talmente complessi che sono impossibili – o quasi – da limitare.



[1] M. CHIRIATTI, Obbligati all’onestà, in «Nova Il Sole 24 ORE», Milano, 25 febbraio 2018 (on line su Internet: http://nova.ilsole24ore.com/frontiere/86872/?refresh_ce=1).

[2] Quantifying the effect of Tether, in «Discover Bitcoin», LUISS Guido Carli, Rom, 24 gennaio 2018 (on line su Internet: http://bitcoin.luiss.it/2018/01/25/quantifying-the-effect-of-tether/).  Quantifying the effect of Tether, in «Discover Bitcoin», LUISS Guido Carli, Rome, 24 January 2018 (on line: http://bitcoin.luiss.it/2018/01/25/quantifying-the-effect-of-tether/).




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