Cyberwar: nuova guerra fredda o scontro politico interno?

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"Difendere la democrazia contro i suoi nemici". Sembra uno slogan da guerra fredda e invece è il sottotitolo di un articolo dell'ex vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden Jr., uscito il 5 dicembre scorso sulla rivista americana Foreign Affairs. Nel testo, il numero due di Barack Obama sostiene che Putin ha lanciato una campagna interna ed internazionale: una guerra fatta di attacchi informatici e fake news, sia per conservare il proprio potere che per tentare di sovvertire i risultati elettorali nei paesi occidentali, come nelle scorse elezioni presidenziali negli Stati Uniti, in Francia (dove l'interferenza non ha avuto successo), Germania, e nei referendum di Olanda, Italia e Spagna. In altre parole, per Biden, la Russia sta attaccando la democrazia occidentale. Non a caso l'articolo invoca l’azione contro il “nemico” russo già  nel titolo "How to Stand up to the Kremlin".

Un atto di accusa nitido – anche se privo di prove a corredo – e che non vuole lasciare spazio ad esitazioni: tutti gli Stati democratici devono rispondere alla cyberwar dichiarata dal Cremlino.

È interessante ricordare come proprio il governo americano guidato dal duo Obama-Biden sia stato tra i principali promotori e firmatari del rapporto alle Nazioni Unite, pubblicato nel 2015, predisposto dal Gruppo di Esperti Governativi. Nel documento, proprio in merito agli attacchi informatici, si statuisce che l'accusa di organizzare o supportare atti illeciti contro un altro Stato deve essere sempre provata.

Eppure l’articolo di Joe Biden va ad aggiungersi alle ormai numerose accuse mosse FSB e al GRU, il Main Intelligence Directorate, i due bracci dei servizi di informazione che renderebbero operativa la cyberwarfare di Putin. Accuse rivolte a un ampio spettro di minacce: dagli hackeraggi di "Cozy Bear", gruppo di hacker cresciuto alla corte di Mosca; alla diffusione delle e-mail dal server privato di Hillary Clinton ad opera dell’ altro gruppo di smanettoni “Fancy Bear” – che si presume le abbiano passate a Wikileaks; all'intrusione nei file del Comitato Nazionale Democratico (sempre ad opera di Fancy Bear) e alle fake news sul Partito Democratico finalizzate ad influenzare le presidenziali USA del 2016.

Questa lista è considerata da Biden la più "significativa" tra varie altre: l’intrusione informatica, nel 2015, al computer di un dipendente della National Security Agency con cui il governo russo ha frugato e successivamente rubato informazioni tramite l’antivirus Kasperski Lab (il Pentagono ne ha vietato l’uso); l’aver “bucato” le reti di distribuzione elettrica dell’Ucraina, sempre nel 2015, come risposta al taglio dell’energia elettrica in Crimea poco prima (il più grande cyberattacco in assoluto secondo molti esperti); le interruzioni nella rete di telefonia mobile in Lettonia nell’agosto scorso, scoperte da alcuni funzionari della NATO (di cui la Lettonia fa parte).

Per molte di queste e simili altre accuse, però, non è stata prodotta alcuna “pistola fumante” e l’intelligence USA, pur puntando il dito contro la Russia fin dal 2013, non ha convinto l'amministrazione Obama, allora in carica, a prendere contromisure –  almeno fino agli ultimi mesi in carica: Obama ha temuto di esporsi troppo o, forse – sostengono alcuni osservatori – di portare allo scoperto le armi cyber americane. Un’iniziativa legislativa recente, che ha trovato il consenso di entrambi i partiti al Congresso, è stata quella di tracciare e combattere la propaganda, le fake news e la disinformazione, proveniente soprattutto da Stato Islamico, Russia, Cina e Nord Corea, attraverso il Countering Foreign Propaganda and Disinformation Act: firmato dall’amministrazione Obama a fine mandato, ha visto la sua conferma in legge, (con il nome di National Defense Authorization Act), da parte di Donald Trump lo scorso 12 dicembre.

La legge ha però perso proprio la parte più importante nel suo passaggio al Senato: la definizione di una dottrina militare specifica per la guerra cibernetica. Ora rischia di rivelarsi un tentativo imbrigliato nelle pastoie burocratiche dei vari dipartimenti che dovranno interagire per la sua messa in opera. Inoltre sul testo, appeso ancora all’approvazione del budget federale per la Difesa e che vieta la cooperazione militare tra Washington e Mosca anche contro una minaccia comune, Trump stesso ha sollevato dubbi di costituzionalità.

Leak e propaganda

È andata diversamente, invece, a proposito dell’intrusione informatica nel Comitato Nazionale Democratico e la diffusione delle e-mail del capo dello staff di Hillary Clinton, John Podesta, durante la campagna presidenziale 2016. Sia le agenzie di intelligence che vari membri dell’amministrazione Obama hanno attribuito alla Russia le azioni di interferenza. La guerriglia informatica ha tirato in ballo un terzo attore, senza il cui contributo i media e l’opinione pubblica non ne sarebbero venuti a conoscenza: Wikileaks.

È infatti con l’ingresso in scena dell’organizzazione di Julian Assange, che la cyber guerra fredda tra Usa e Russia tracima, pubblicamente, nella lotta politica interna. Wikileaks infatti pubblica gli scambi di messaggi interni al DNC, il Comitato Nazionale Democratico che in teoria dovrebbe essere equidistante dai candidati alle Primarie. Invece, i leak svelano che il Comitato si schiera contro Bernie Sanders, l’avversario più pericoloso per la Clinton. Vengono pubblicate anche le e-mail del capo dello staff di Clinton (presumibilmente rubate tramite l’attacco hacker del gruppo russo “Fancy Bear”). Non solo: da ottobre fino a poco prima delle elezioni dell’8 novembre 2016, Wikileaks rilascia 50mila leak e sembra favorire l’allora candidato Donald Trump via Twitter, scelta di cui però si ha riscontro solo in queste settimane: poiché Donald Trump Jr., figlio e consigliere del Presidente, ha pubblicato gli scambi con Assange dopo le pressioni della stampa.

Dall’altro capo del globo, alcuni social account – presumibilmente riconducibili ad hacker e profili russi – allargano il vulnus di credibilità di Hillary Clinton, generato dai leak: Philip N. Howard, specialista in Internet studies all’Università di Oxford, riporta in un’analisi, che durante il secondo dibattito tra Clinton e Trump, alcuni account automatizzati su Twitter, noti come bot, generano quattro tweet in favore del candidato repubblicano per ciascun cinguettio a favore della contendente democratica. Al contempo i due economisti, Matthew Gentzkow, di Stanford, e Hunt Allcott, della New York University, riscontrano che negli ultimi tre mesi della campagna presidenziale  le notizie pro-Trump sono diffuse via reti sociali quattro volte più frequentemente rispetto a quelle su Clinton. E la stampa, o almeno una parte dei media, fa il resto: i temi caldi sono quelli emersi dai leak, come le zone grigie della Fondazione Clinton, le partecipazioni alle conferenze strapagate da Wall Street ai coniugi democratici, le bieche manovre pro-Clinton del DNC prima delle primarie democratiche.

Secondo il partito di Clinton e Obama, Wikileaks fa deliberatamente il gioco di Trump; la guerra informatica non è dunque più solo contro Mosca. “The Donald”, durante la campagna elettorale un convitato di pietra su questo argomento, ha sviato il discorso sull’interferenza russa, almeno fino a quando – fatto il suo ingresso alla Casa Bianca nel gennaio del 2017 – si è ritrovato tra le mani il rapporto della National Security Agency e della CIA che aveva messo nero su bianco quanto molti sospettavano: Putin non solo ha inquinato il voto americano ma lo ha fatto per aiutare il candidato repubblicano. In quegli stessi giorni, partono le indagini a cura di una task force che include la CIA diretta da James Comey, FBI, NSA e l’unità sui crimini finanziari del dipartimento del Tesoro – oltre ad alcune Commissioni al Senato, che lanciano altre indagini.

In quel passaggio di consegne tra Obama e Trump, il corto circuito è esplosivo: i democratici sono preoccupati che Trump svilisca o restringa il campo d’azione delle commissioni e della task force e non colgono un segnale importante che arriva da alcuni senatori Dem, tra cui Ron Wyden, membro della Commissione Intelligence: l’invito a declassificare le informazioni delle indagini, per permettere all’opinione pubblica di sapere ed evitare che le interferenze russe e i leak di Wikileaks, da questione di sicurezza nazionale scivolino in una questione politica. Ma è ormai troppo tardi.

Appena insediato, Trump infatti stigmatizza il rapporto NSA-CIA cercando di sminuirne il messaggio e, al tempo stesso, definisce la cacciata dei diplomatici russi decisa da Obama a fine dicembre 2016 come atto di retaliation contro Mosca  – una sorta di rappresaglia offline - una “caccia alle streghe”.

Russiagate

Nelle settimane successive, iniziano ad emergere i contatti tra il “transition team” di Trump e il Cremlino, contatti che negli Stati Uniti sono vietati per legge, e che infatti il  neo Presidente continua a negare. Le agenzie e la Commissione Intelligence del Senato, tuttavia, gli comunicano formalmente di avere materiale su questi contatti e che qualsiasi tentativo di nasconderli è un reato. Un avvertimento che si trasforma in realtà mesi dopo, nel novembre 2017, quando finiscono incriminati nel cosiddetto “Russiagate” molti personaggi chiave: Paul Manafort, l’ex direttore della campagna di Trump; l’ex socio in affari di Trump, Rick Gates; il Consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, già dimessosi; e gli ex consiglieri per la campagna presidenziale George Papadopoulos e Carter Page. Chi finisce agli arresti domiciliari, chi patteggia, chi è stato appena incriminato; tutti cadono nell’inchiesta dell’FBI avviata ad inizio anno dal direttore James Comey e che prosegue per mano del procuratore speciale Robert Mueller (figura del mondo conservatore e dunque difficilmente tacciabile di partigianeria anti-Trump).

Comey era stato rimosso da Trump prima della conclusione dell’inchiesta, ma il Dipartimento di Giustizia affida le indagini sul Russiagate ad un ex direttore della FBI Robert Mueller. Una decisione contro cui il neo-presidente si scaglia però apertamente: sono i democratici - sostiene -, ancora annidati nei dipartimenti e nell’intelligence, ad orchestrare la caccia alle streghe contro di lui e la sua amministrazione, perché non si rassegnano all’idea di aver perso le elezioni.

Questa accusa, anch’essa priva di prove a corredo, continua a mantenere le istituzioni americane dentro il campo di battaglia della cyberwar. Donald Trump ha coinvolto ancora il Dipartimento di Giustizia, accusandolo di non aver indagato su Hillary Clinton, cercando di sviare l’attenzione da quanto emerso anche in un altro pezzo del domino Russiagate: il General Attorney Jeff Sessions, appena nominato da Trump, secondo la FBI sapeva dei contatti di Papadopoulos e Page con i russi, e aveva persino informato il Presidente. Un dedalo di attacchi politici che sembra aver diviso ancora di più l’opinione pubblica.

Un’indagine del Pew Research Center rileva infatti che tra gli elettori repubblicani, solo il 19% ritiene importante per la sicurezza del paese provare la connessione tra gli uomini del Presidente e la Russia, diversamente dal 71% dei democratici. Il sondaggio è stato condotto proprio nei giorni in cui l’ex Consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, ammetteva di aver mentito all’FBI sui suoi contatti con la Russia.

Mentre la percezione di una vera interferenza di Mosca negli affari americani, da parte dell’opinione pubblica, è chiaramente determinata da una spaccatura ideologica e la fiducia degli americani nei media e nella stampa è bassa in modo quasi uniforme: 32%, ai minimi storici secondo un sondaggio Gallup di febbraio scorso, che lo ha confrontato con il 54% del 2003. Il Russiagate, che qualcuno ha accostato al Watergate di Nixon, perché anche Trump, come Nixon, ha cacciato chi indagava su di lui (cioè James Comey, dell’FBI) gode però di un vantaggio: quando la stampa è debole agli occhi del pubblico, vince la propaganda. Russa o pro-Trump, non fa differenza.




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