Cyber intelligence e potere culturale per comprendere il mondo

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La “cyber intelligence” coglie in un certo senso lo spirito del tempo: nel XXI secolo l’intelligence è certamente una “chiave di volta” per interpretare la realtà, e il fattore cyber né è parte essenziale, come per la vita quotidiana. Infatti, oggi più che mai, diventa decisivo individuare in modo preventivo le effettive tendenze che stanno trasformando la società in modo da supportare adeguatamente e velocemente chi deve decidere. 

Le tecnologie stanno modificando radicalmente non solo l’organizzazione sociale ma anche l’umanità. Si sta verificando in effetti una duplice ibridazione: le macchine diventano sempre più intelligenti e in grado di autoapprendere; e gli uomini estendono le proprie capacità cognitive attraverso le tecnologie, inglobandole anche nel proprio corpo. Questa metamorfosi, così definita da Ulrich Beck, è destinata a segnare una svolta epocale nel sistema sociale, inserendosi in un’evoluzione sempre più accelerata che dura ormai già da qualche secolo. Le modificazioni di internet stanno così determinando molteplici effetti nella società: dai mutamenti cerebrali ai condizionamenti psicologici, dalle ricadute economiche alle strategie politiche, dall’utilizzo da parte delle organizzazioni terroristiche e mafiose alle modalità operative dell’intelligence. L’ambiente virtuale diventa anzi la dimensione del conflitto da dove peraltro possono provenire i pericoli maggiori - richiedendo una nuova interpretazione geopolitica, poiché chi detiene le informazioni del cyber spazio può controllare il mondo.

E’ un’interpretazione che si può integrare e declinare con le tesi di chi ritiene, come Vladimir Putin, che sarà presto il predominio nel campo dell’intelligenza artificiale a fare la differenza nei rapporti di forza planetari. I conflitti odierni si stanno già combattendo attraverso il web e a base di informazioni, definendo una società caratterizzata dalla cyber war e dalla presenza pervasiva di strumenti di sorveglianza. Appunto per questo il tema della cyber intelligence può essere fondamentale non solo per affrontare l’esplosione delle informazioni ma anche conciliare libertà e sicurezza, che rappresenta il dilemma principale di questo tempo. Alcuni Paesi sono maggiormente impegnati nella sfida dell’acquisizione di informazioni economiche nel cyber spazio: gli USA, inventori in ambito militare sia di internet che del deep web; la Russia, che ha sempre sviluppato la disinformazione all’interno delle sue operazioni di intelligence; la Cina, alla quale alcune fonti addebitano la quasi totalità degli attacchi planetari di cyber spionaggio; Israele, che dal 1946 opera di fatto anche a livello tecnologico, in un contesto di guerra quotidiana.

Tutte queste attività sono in parte distinte dalla disinformazione, che sta attirando sempre maggior attenzione nel dibattito pubblico: l’ambito cyber modifica, amplifica, distorce e rende virale la classica disinformazione, rendendo credibili anche le tante teorie del complotto. Infatti, molte informazioni in Rete sono inaffidabili, ed è questa da questa circostanza che il fenomeno delle fake news nelle sue dimensioni attuali, come tema addirittura al centro delle campagne elettorali. Si richiede qui una considerazione di fondo sulla cosiddetta società dell’informazione: essa si è trasformata in gran parte nel suo doppio, cioè nella disinformazione permanente e intenzionale. Con la guerra delle informazioni, che le nuove tecnologie rendono più intensa, diventa aggressiva la deception, cioè l’arte dell’inganno che è molto praticata dai Servizi e che, secondo James J. Angleton, è “uno stato della mente e la mente dello Stato”.

Va tenuto conto che, secondo una ricerca del 2010 della psicologa Soraya Mehdizadeh della York University di Toronto, il grado di inganno che si verifica nella Rete non è superiore a quello che si riscontra nella vita reale. Ma è innegabile che diventi decisiva nelle relazioni internazionali la infowar, soprattutto per le ricadute straordinarie che si verificano sia nelle dinamiche economiche che nelle operazioni psicologiche. Infatti, i conflitti condotti da hacker attraverso il web producono risultati significativi con investimenti bassissimi, senza compromettere vite umane e agendo nell’anonimato, poiché è difficile, se non impossibile, individuare i reali mandanti. Tutto questo richiedere un rinnovato lavoro di intelligence che riunisca componenti tecnologiche e umane, fonti aperte e chiuse, con competenze multidisciplinari che portino a una conoscenza allargata, frutto anche di un’alleanza tra Servizi e università, e più ampiamente tra settore privato e settore pubblico. Gli attacchi informatici sono sempre più numerosi e l’intelligence viene giustamente  considerata come lo strumento principale per contrastarli.

Un aspetto da tenere in elevata considerazione è la cyber behaviour poiché l’ambiente digitale trasforma la struttura sociale, condizionando la mente e quindi i comportamenti delle persone. In conseguenza dell’uso dei social media si verificano modifiche psicologiche, possibili atteggiamenti deliranti, mutazioni cerebrali, fino alla “solitudine del cittadino globale” e all’incremento di atteggiamenti narcisistici – una serie di fenomeni previsti anzitempo da Christopher Lasch. Inoltre, vengono incentivate condotte compulsive, atteggiamenti disinibiti grazie all’anonimato e pulsioni violente, incentivate, secondo alcuni, dall’uso dei videogiochi.

Nonostante l’incertezza dei comportamenti individuali – oggi dunque ancora maggiore che in passato - il fattore umano rimane fondamentale nell’attività di intelligence. Infatti, come notava l’ammiraglio inglese John Henry Godfrey nella temperie della Seconda guerra mondiale “l’intelligence non è prodotta da una serie di documenti ma dalle persone”. Internet sembra quindi materializzarsi come un luogo magico, dove c’è l’impressione che tutto possa accadere, in perenne attesa dell’arrivo di un Signor Godot. In tale situazione, la cyber intelligence poggia sua straordinarie contaminazioni interdisciplinari, ed è un settore dai contorni ancora non chiari scientificamente perché ancora troppo concentrato sull’aspetto tecnologico piuttosto che sull’elemento umano.

La punta dell’iceberg della cyber intelligence è lo spionaggio informatico, il cui costo, non facile da stimare, ammonterebbe a quasi 450 miliardi di dollari - il “più grande trasferimento di ricchezza nella storia” secondo l’ex Direttore della National Security Agency Keith Alexander. Ma i fenomeni da seguire con attenzione sono ben più vasti: la sociètà post-industriale  è basata sulla produzione di beni immateriali, dove l’informazione è essenziale e quindi l’ambiente cyber assume una decisiva centralità. Infatti, questa dimensione rappresenta il prevalente spazio formativo ed educativo, l’ambito quasi esclusivo dove si svolgono le transazioni economiche, il prevalente luogo del conflitto, il terreno privilegiato delle attività illecite, criminali e terroristiche, il settore principe delle previsioni delle tendenze e dei comportamenti sociali. Secondo un rapporto dell’ONU del 2011, i social media possono avere un ruolo decisivo per affrontare i problemi planetari, dalla mancanza di cibo alla disoccupazione.

In uno scenario del genere, assume rilevanza  il tema complessivo della “cyber cultura” affrontato alla fine degli anni Novanta da Pierre Levy, il quale, secondo Maria Chiara Pievatolo, ritiene che “l'accessibilità diretta dell'informazione in Rete mette in crisi sia il ruolo dell'insegnante come trasmettitore e venditore di nozioni, sia il potere dei media tradizionali” poiché oggi “scuole e università non potranno più essere luoghi di concentrazione della conoscenza come collezione di nozioni, ma dovranno diventare animatrici dell'intelligenza collettiva, per allievi che, potendole trovare da sé, non hanno più bisogno di nozioni, bensì di carte nautiche personali per muoversi nel mare dell'informazione”. Tutto questo incide in modo profondo sulle modalità di acquisizione e diffusione della conoscenza, rivoluzionando le tradizionali posizioni del potere culturale.




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