Come l'Europa può reagire alla sfida ricorrente del terrorismo jihadista

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AGF/Zumapress

A muslim woman demonstrating against terrorism in Barcelona

 L’attentato di Barcellona del 17 agosto, seguito dalla sparatoria di Cambrils, è il quindicesimo attacco di matrice jihadista accertata, seguito da una rivendicazione credibile, operato all’interno dell’Unione Europea e collegato alla strategia politico-terrorista dell’ISIS. Le stragi compiute dai jihadisti nei Paesi musulmani (non solo in Medio Oriente) sono molte di più per numero, e sono state molto più sanguinose di quelle avvenute in Europa; ma il primo della lunga catena di attentati si è verificato proprio a Bruxelles, il 24 maggio 2014, quando un uomo aprì il fuoco all’interno del Museo Ebraico della città uccidendo quattro persone.

Non c’è dubbio, dunque, che l’Europa sia tra i campi d’azione preferiti dei terroristi. D’altronde, la maggior parte di loro in Europa ci è nata (tre su quattro sono cittadini del Paese che hanno colpito), e questa caratteristica li ha certamente aiutati a scegliere con attenzione i loro bersagli. Non si sono rivolti ai simboli del potere politico, economico, o militare: forze dell’ordine o caserme, edifici pubblici, sedi di imprese o multinazionali: hanno privilegiato invece gli scenari che rappresentano e incarnano il melting pot culturale e sociale del continente. Lo stadio, la vita notturna, il lungomare, la strada turistica, il grande concerto, la metropolitana, il teatro, l’aeroporto, il mercatino natalizio: luoghi anche legati alle rispettive città, ma luoghi in realtà dove praticamente ogni europeo si era già trovato almeno una volta nella vita. Di conseguenza, il bersaglio delle azioni è da considerare l’insieme di tutti i cittadini e i simboli del loro vivere insieme.

Questa considerazione generale, che è possibile fare dopo tre anni da quell'azione che per la prima volta si richiamava all'ISIS, diminuisce la portata politica degli attentati. E’ chiaro a tutti infatti che, da questo punto di vista, i risultati delle azioni terroriste sono miseri: le strade, i bar, i locali restano pieni di gente; gli enormi flussi turistici non smettono di crescere; le elezioni (poco prima del voto in Francia e in Regno Unito si sono verificati due attacchi) non sono state influenzate. L’impegno strategico-militare e lo schema delle alleanze dei vari Paesi europei in Medio Oriente e in Nord Africa è rimasto immutato.

Tuttavia, il problema della sicurezza resta. Dopo ogni attentato, piovono le promesse di rafforzamento della legislazione e del sistema dei controlli sia a livello nazionale che a livello europeo. Ma davvero è stato fatto tutto quello che era possibile? L’Unione Europea, in effetti, non ha alcuna competenza diretta in materia di sicurezza, anti-terrorismo e intelligence – questioni delicate che i singoli stati conservano gelosamente di competenza dei singoli apparati di polizia. Anche grazie a Bruxelles, però, i passi avanti nella cooperazione tra le autorità nazionali, sia dal punto di vista penale che organizzativo, sono stati significativi.

Già dopo l’11 settembre, cioè oltre 15 anni fa, i membri dell’UE si erano mossi per cambiare almeno le grandi linee di una legislazione che grazie alle tante differenze tra Paese e Paese (differenze enormi, considerando le diverse esperienze con il fenomeno) facilitava la vita a chi commettesse reati legati al terrorismo. Differenze che ancor oggi permettono ad altre forme di crimine, come la mafia, di prosperare grazie alla propria capacità di superare i confini dei Paesi con le legislazioni più dure, preferendo come base quelli con le pene più morbide. L’attentato alle Torri Gemelle portò all’Europa il mandato d’arresto europeo anche per i comunitari con facilità di trasferimento dell’arrestato da un paese all’altro (se un tedesco commette un reato in Francia e viene arrestato in Germania, in teoria non può più sperare in un trattamento “di favore” da parte della propria polizia); e fu armonizzata la modalità di incriminazione per terrorismo. 

Dall’arrivo di Al-Qaida sul continente, soprattutto dalle stragi di Londra e Madrid in poi, i provvedimenti si sono moltiplicati; tra questi risaltano l’obbligo di PNR (passenger name record, la possibilità per le polizie europee di accedere a tutti i dati dei passeggeri dei voli intra ed extraeuropei) e il controllo sistematico degli ingressi nell’area Schengen. Ma sono state anche ampliate le competenze di Europol e Eurojust, le due agenzie di sicurezza dell’UE, sia alle frontiere che presso gli hot spot dove transitano i migranti diretti a nord del Mediterraneo che negli uffici amministrativi, con l’obiettivo di creare organi capaci di gestire e rendere reciprocamente fruibili il lavoro e gli archivi delle 28 polizie nazionali.

Naturalmente, l’idea di creare un FBI, una CIA o una NSA europea è ancora pura fantasia. D’altronde, finché gli Stati esisteranno nella loro conformazione classica, per definizione non saranno disposti a scambiare tutte le informazioni senza riserve, o a consentire a un organo superiore di accedervi. Per paradosso, davanti ai progressi compiuti nella cooperazione tra polizie europee e confermati dagli addetti ai lavori, è a livello nazionale che a volte le informazioni non circolano come dovrebbero. Lo hanno dimostrato le infinite polemiche (che hanno portato alcuni media a parlare di “failed State”) sulla mancanza di cooperazione tra le forze dell’ordine fiamminghe e federali in Belgio, emerse dopo gli attacchi a Bruxelles e la caccia a Salah Abdeslam; lo stesso scambio di accuse si sta riproducendo ancora oggi tra la polizia catalana e gli organi di sicurezza e giustizia spagnoli dopo l’attentato di Barcellona.

In ogni caso, con il conflitto di Siria ormai agli sgoccioli e la sconfitta militare di ISIS e di Al-Qaida alle viste in quel teatro di guerra, dovremo confrontarci con un problema ancora poco considerato dalla politica e dall’opinione pubblica: quello del rientro in patria dei combattenti provenienti dall’Europa. Benché il numero sia minore del previsto (alcuni sono morti, altri hanno deciso di restare in Medio Oriente a investire i proventi della guerra), il nuovo compito impatterà sul lavoro delle intelligence già sovraccariche del peso dei controlli sulla radicalizzazione delle comunità islamiche (18.000 segnalazioni solo in Francia). Dunque, ancor più che ulteriori adeguamenti legislativi o agenzie di cooperazioni, le forze di polizia necessitano di nuove risorse.

Sia che lo si veda in un’ottica securitaria che attraverso la lente dell’inserimento sociale e culturale – non bisogna dimenticare che il legame tra l’ISIS siriano-iracheno e gli autori degli ultimi attentati in Europa si va facendo sempre più labile – la risoluzione del problema assume i contorni di una sfida generazionale. La cooperazione tra Paesi europei, fin qui, è stata soddisfacente, anche se resta la tendenza dei vari Paesi a occuparsi di una certa questione solo quando li riguarda direttamente: sono solo 15 su 28 gli Stati dell’UE che hanno registrato le partenze dei sospetti foreign fighters (che infatti, dopo qualche tempo, hanno cominciato a spostarsi su voli “laterali”, non più dalla Francia o dal Belgio ma ad esempio dalla Bulgaria o dalla Romania al Medio Oriente). La necessità di sconfiggere il terrorismo jihadista e di prosciugarne il vivaio potrà essere anche una buona occasione (come guerriglia e terrorismo lo sono state negli anni ‘70-‘80 per alcuni Paesi europei) per accrescere le capacità e gli standard delle proprie strutture di sicurezza in senso più ampio e in modo più coordinato.