Bruxelles alla prova delle crisi interne

backPrinter-friendly versionSend to friend

aspeniainternal

La diagnosi – da Brexit, alla deriva polacca, al separatismo catalano - sembra impietosa: ogni paese-membro rovescia sul tavolo europeo i suoi guai e le sue specifiche debolezze interne. Producendo qualche volta una reazione unitaria (il fronte europeo nel negoziato con Londra); ma esercitando più spesso effetti divisivi (l’Ungheria di Viktor Orban non accetterebbe comunque sanzioni europee contro la Polonia) o lasciando disarmata e muta l’Ue (la sfida del separatismo spagnolo). Di crisi domestica in crisi domestica, quell’Europa che si è sentita galvanizzata dall’elezione di Emmanuel Macron, vive di nuovo una fase difficile. Il buon andamento dell’economia consente di andare avanti; ma non basta. Pochi mesi fa, il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, parlava di un’Unione con il vento in poppa. Oggi, e con il ripiegamento almeno temporaneo dell’unico egemone possibile, la Germania, l’Europa può al massimo navigare di bolina.

La Polonia manifesta una sindrome da transizione incompleta – la forza delle istituzioni in una democrazia formale si misura soprattutto attraverso i contrappesi alla polarizzazione politica, quelli che il governo ispirato da Jaroslaw Kaczynski sta sistematicamente indebolendo. L’ingresso in Europa non ha smussato ma ha nel tempo esaltato il neo-sovranismo del paese centrale del gruppo di Visegrad. A quasi quindici anni dal grande allargamento, l’Europa è di nuovo divisa sull’asse Ovest/Est. Come scrive il politologo Ivan Krastev nel suo recente “After Europe”, la questione migratoria ha modificato radicalmente il discorso politico. Per i paesi che un tempo definivamo dell’Est, la democrazia deve essere “esclusiva”, ossia difendere le prerogative locali e l’identità nazionale, piuttosto che inclusiva. E’ un principio che nega la logica dell’integrazione europea. Bruxelles non poteva che reagire. Ma rischia (si ricordi il precedente dell’azione contro l’Austria nel 2000) di non avere efficacia.

Brexit è un evento forse irripetibile, una specie di tempesta perfetta in cui una cospicua minoranza si è fatta temporanea maggioranza. Ma le sue origini sono profonde, nella testarda insularità della Gran Bretagna e nell’insoddisfazione per alcuni meccanismi europei da cui Londra si è regolarmente emarginata. Anche qui: l’immigrazione (vera o immaginata) ha funzionato da benzina. Ma l’Europa continentale ha tenuto, rafforzando la propria posizione negoziale.

La rottura quasi totale tra Madrid e Barcellona è infine un “dilemma impossibile” per la UE, visto che nessuno ha una ricetta per fermare i separatismi, una volta mobilitati politicamente. E quasi tutti i membri dell’Unione hanno rischi del genere al proprio interno, dunque nessun interesse a prendere posizioni troppo nette su una questione come quella catalana. La realtà è che l’UE soffre in entrambi i casi: sia di fronte al neo-sovranismo euro-scettico (Polonia e Regno Unito) che di fronte al separatismo pro-europeo (Catalogna o Scozia). Perché in entrambi i casi entra in crisi, seppure da opposte prospettive, il rapporto fra lo Stato nazionale e l’Unione: il nodo nevralgico della costruzione europea. Conviene forse rileggere, adattandolo ai tempi di oggi, il famoso saggio di Alan Milward sulla nascita del progetto europeo come progetto di “salvataggio” degli Stati nazionali dopo la seconda guerra mondiale.

Alla ricerca spasmodica di un segno incoraggiante, abbiamo oscillato tra eccessi di pessimismo (la fase acuta della crisi greca e dei debiti sovrani) e l’ottimismo della volontà (il ruolo stabilizzatore di Angela Merkel e la vittoria di Macron contro il Front National). In realtà, anche i dati positivi, che pure esistono, vanno letti con cautela. Perché sono soprattutto risposte nazionali a problemi in parte comuni: lo è stata l’inossidabile leadership di Merkel (vedremo per quanto ancora) e lo è oggi la nuova verve riformatrice di Macron. Sia la Germania che la Francia sono consapevoli, naturalmente, che una risposta nazionale convincente passa anche per riforme europee. Ma le cose vanno molto più lentamente di quanto sarebbe necessario, fra persistenti incertezze e nuove incognite, incluso il futuro governo italiano.

In sintesi: le crisi europee si verificano apparentemente alla periferia dell’Ue ma la realtà è che il centro del sistema regge a sua volta con difficoltà. E l’Europa, in modo abbastanza paradossale, sembra ormai consumata più da patologie interne che dalle grandi sfide globali.

Esiste una strada comune per affrontare tensioni nazionali così diverse? La via dell’integrazione è teoricamente ancora possibile e utile se si accetta di condividere gli oneri e le responsabilità – il che è tutto da verificare e non solo nel caso della Polonia. In ogni caso, dalla gestione dell’euro-zona alla politica migratoria, si può ormai realisticamente immaginare un percorso più (e non meno) integrato soltanto tra un gruppo ristretto di paesi. E’ la famosa tesi dell’Europa flessibile, a geometrie variabili o costruita su cerchi distinti. In pratica, l’Europa che appare realizzabile è più piccola di quanto molti l’avessero immaginata, mentre quella più larga rischia, passo dopo passo e crisi dopo crisi, di diventare un’area di “piccole patrie” (o perfino di piccolissime patrie potenziali con agende separatiste). Il problema è che tornare all’Europa ristretta potrebbe alienare definitivamente i paesi “divergenti” o di più recente adesione; e sottoporre a tensioni crescenti il mercato unico.

Per evitare scenari del genere, il nucleo centrale dell’UE dovrà avere una forza economica e politica più solida di quella mostrata di fronte alle crisi recenti. Il che significa che dovranno essere forti gli Stati nazionali che lo compongono: un’Europa meno fragile di quella attuale non potrà certo fondarsi su una somma di debolezze nazionali.



Una versione di questo articolo è stata pubblicata su La Stampa del 23/12/2017.



Leggi anche:

Non solo Catalogna: il risorgere dei nazionalismi regionali
Davide Gianluca Bianchi

Come l’Europa (non) racconta sé stessa
Giovanni Collot